‘Vanity Fair’ – Bambini maleducati al ristorante, che fare?


Bambini maleducati al ristorante

In un ristorante di Treviso scoppia la rissa tra i proprietari e i genitori di bambini rumorosi e si riaccende il dibattito. Portarli o non portali, accettarli al tavolo o aprire un Kid’s corner? Ecco cosa succede in Italia e nel mondo, tra divieti, sconti e spillette per «bimbi educati»

Ci siamo di nuovo: sabato scorso (25 novembre) al Rosa Peonia, ristorante sardo di Treviso è scoppiata la rissa (che ha mandato al pronto soccorso un cameriere). Il motivo? I bambini di una tavolata che disturbano il resto dei clienti scorrazzando tra i tavoli, il cameriere che chiede: «Scusate, alcuni clienti si lamentano perché i vostri bambini disturbano, potreste controllarli?», e pare, un bicchiere lanciato addosso in tutta risposta. Ora, a parte i dettagli di quel che è seguito, che deve essere stato abbastanza violento, visto che mentre arrivavano i carabinieri volavano frasi tipo «diamo fuoco al locale», la vicenda ha riaperto una questione quanto mai spinosa.

Il dibattito sui bambini al ristorante, e sui bambini maleducati (e dove e come si definisce la maleducazione) è antico, forse irrisolvibile ma reso più importante dall’aumentata voglia di uscire a mangiare e dalla diminuita educazione in generale dei figli. A partire da chi tiene famiglia (Longanesi ironizzava sul fatto che questo fosse il concetto fondante della Nazione, giustificando qualsiasi nefandezza) e chi non ha figli e non li hai mai voluti. Da chi sostiene l’applicazione di regole severissime per i più piccoli a tavola (che obiettivamente raramente vedi applicate) contro i genitori che predicano la libertà (ai danni di altri) dei loro figli, autorizzati a vagare da un tavolo all’altro. Senza dimenticare la grande fetta di clienti che lasciano a casa la prole per godersi la serata o all’opposto evitano quei locali dove sanno che la presenza di famiglie possa «infastidire» oltremisura. In definitiva, e con un chiaro pizzico di cinismo, la vecchia battuta di molti ristoratori «meglio i cani dei bambini» non è mai stata così diffusa quanto oggi. E molti clienti (anche non pet-dipendenti) la condividono.

BAMBINI FUORI
Sono più di uno i ristoranti che hanno «vietato» l’accesso ai bambini, a partire dalla Fraschetta del pesce di Casal Bertone, vicino a Roma, che fece scalpore con il cartello «Vietato l’ingresso ai bambini», o che viaggiano ai limiti della legge giocando sul termine «non è gradita la presenza di bambini». A ben vedere, la cosa è paragonabile alla selezione all’ingresso fatta da molte discoteche, ma per legge è chiaramente non ammissibile. Il divieto di accesso a un locale pubblico viola l’articolo n. 187 del Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza e non può essere determinato da personale civile: «Salvo quanto dispongono gli artt. 689 e 691 del codice penale, gli esercenti non possono senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo». Gli articoli 689 e 691 del codice penale riguardano la somministrazione di alcol a minori o persone in stato di manifesta ubriachezza, quindi non riguardano il tema ristorativo.

SCONTO E SPILLETTA AI «BIMBI EDUCATI»
Detto che la tendenza di «non gradire» è in aumento non solo in Italia ma anche nei Paesi del Nord – notoriamente «child friendly» – la questione sta diventando un’idea di marketing o, anche, un «sistema educativo». Qualche mese fa divenne famosa l’iniziativa di Antonio Ferrari patron del locale Storie di cibo e di vino di Padova: non solo aveva offerto uno sconto di 13 euro a una famiglia per l’educazione dimostrata dai loro figli a tavola, ma in seguito ha deciso di istituzionalizzare la regola, e di offrire uno sconto del 5% a tutti i «bimbi educati». Di questa iniziativa Ferrari ne ha fatto un network, creando un circuito di ristoranti in Italia e all’estero (per ora una quarantina, ma prevede di arrivare a 200 a fine mese) che «premiano» le famiglie che assegnano ancora spazio all’educazione, non solo con uno sconto, ma anche, a fine pasto, con una spilletta «well behaved kids». Il principio? «I clienti lasciano una mancia se stanno bene, noi facciamo uno sconto se stiamo bene».

«Il nostro è un invito al civismo», dice a Vanity Fair Antonio Ferrari. «Io credo che i ristoranti non debbano per forza avere un angolo «kid» per accogliere i bambini. Sono i genitori in primo luogo a dover avere un occhio al comportamento dei propri figli, ma anche da parte nostra i bambini meritano attenzioni: abbiamo deciso di creare menù per bambini che non sono il solito pollo e patatine, ma un mini-menù con gli stessi piatti che diamo agli adulti, raccontati e spiegati anche a loro. Basta realmente poco a coinvolgere un bambino. E poi, restiamo sempre convinti dell’equazione che “educati a tavola” significhi “educati alla vita”». Un progetto che sta prendendo piede: Ferrari e il team che ha costituito, di cui fanno parte uno psicologo, un cliente tipo, una suprmamma, sono già stati interpellati da associazione di hotel per bambini in cerca di aiuto per mantenere il comportamento dei bimbi entro limiti «civili». E «bimbi educati» diventerà a brevissimo un sito (www.bimbieducati.it) e un adesivo («Benvenuti bimbi educati») da applicare in vetrina, non solo dei ristoranti.

LOCALI ANCHE PER BAMBINI
In effetti, che l’educazione a tavola passi anche per l’educazione al cibo è un buon punto. E se ne sono accorti persino gli americani, che hanno i locali meno proibizionisti in assoluto (a parte sia ovvio quelli di alta cucina, che tengono comportamenti identici nel mondo): la National Restaurant Association – potenza oltreoceano – nei trend 2017 ha indicato la disponibilità di veri menu degustazione per i più piccoli.

Anche da noi ci sono i ristoratori intelligenti, quasi tutti con locali di fascia media, che non solo offrono un menu per i più piccoli – sulla falsariga di tante catene – ma pensato per il momento topico, ossia quando i bambini si stancano di stare seduti. E spesso c’è una zona dedicata a loro, con giochi e divertimenti vari, sotto la cura di personale specializzato. Così i genitori possono godersi il pranzo o la cena in santa pace. E il locale aumenta in misura notevole il tasso di fidelizzazione. Qualche punto di riferimento: Ratanà e Un Posto a Milano sotto la Madonnina; La Braseria a Osio Sotto (BG); RostiL’Uliveto ed Enoteca Ferrara a Roma; Caffè Arti e Mestieri a Reggio Emilia; Lungarno 23 a Firenze; Masseria Ospitale a Lecce. È una buona soluzione, fermo restando che il caro vecchio buonsenso ha valore: dipende dal ristorante, dalla capacità di tenere tranquilli i piccoli nel momento topico di cui sopra, dal tipo di cucina e dal tasso di educazione a monte.

Spiega Niko Niko Romito, Tre Stelle Michelin e 96/100 nella Guida del Gambero Rosso: «Ci vuole buonsenso da parte dei genitori. Io non porterei mai un bimbo a un ristorante come il Reale, per rispetto di lui, che si annoierebbe, e per godermi la cena. Devono essere trattati da bambini, fino a quando non provano interesse per un’offerta gastronomica diversa». Perfetto, almeno per noi.

Fonte articolo

La Redazione (28/11/2017) Bambini maleducati al ristorante, che fare? Vanity Fair Consultato in data 11/01/2018 https://www.vanityfair.it/vanityfood/ristoranti/2017/11/28/bambini-maleducati-al-ristorante-polemiche

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